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"In spirito di equità e generosità" (Accordo di Parigi, punto 3-a)
"Dai loro frutti, dunque, voi li riconoscerete" (Matteo, 7,20)
Gentili ospiti e autorità, Sehr geehrte Festversammlung, Stimato senatore Andreotti, Sehr verehrter Herr Botschafter Steiner, stimà dutor Valentin, Sehr verehrter Herr Bischof Egger Sehr geehrter Herr Landeshauptmann, Care colleghe e colleghi del Consiglio provinciale,
Siamo a 60 anni dall'accordo di Parigi. A 60 anni dal trattato De Gasperi-Gruber. A 60 anni dal fondamento giuridico internazionale della nostra autonomia.
Il rimprovero di essere una società priva di memoria non vale certo per l'accordo di Parigi. Dal trentesimo anniversario in poi, quest'avvenimento è stato solennemente festeggiato a ritmo decennale prima in Consiglio Regionale e già per la terza volta qui, in quest'aula del Consiglio provinciale di Bolzano. Ciò dimostra che la rappresentanza democratica di questa provincia è consapevole del debito che ha verso questo trattato e puntualmente gli rende onore.
Alcide De Gasperi, presidente del consiglio e ministro degli esteri italiano, e Karl Gruber, ministro degli Esteri austriaco, avviarono questa terra verso ciò che oggi è: l'autonoma, democratica e prospera Provincia dell' Alto Adige-Südtirol. Comunque la si pensi, una cosa è certa: all'inizio di tutto ci fu questo documento, firmato dai due statisti a Parigi il 5 settembre 1946, in questo giorno, 60 anni fa. Mantenere vivo il ricordo di questo avvenimento, e anche festeggiarlo, è un nobile compito di chiunque porti la responsabilità di questa terra.
È un onore per me presiedere oggi questa celebrazione. Lo faccio con un sentimento di gratitudine e, confesso, con un po' d'emozione. Sfogliando gli atti delle commemorazioni precedenti mi sono accorto di una cosa: sono il primo presidente del Consiglio provinciale che non ha vissuto la firma dell'accordo di Parigi. Sono il primo ad essere nato dopo.
Dicendo questo, non voglio chiamare in mio soccorso la famosa frase di quel gigante della politica europea che parlò di "Gnade der späten Geburt", della "grazia di essere nati più tardi". Con tutto il rispetto per le sofferenze che ha subito questa terra e per la sua strenua lotta - dopo la forzata annessione all'Italia, dopo il fascismo, il nazismo, le opzioni, la seconda guerra mondiale e il nuovo inizio nel segno dell'autonomia - bisogna riconoscere che ben altre tragedie hanno sconvolto e sconvolgono ancora oggi altri popoli e altri paesi.
Dunque, ne sono consapevole: io sono solo un figlio del trattato di Parigi, un nipote della generazione dei fondatori. Ma oggi ho un ulteriore motivo di cautela. Abbiamo qui personalità ben più autorevoli ad esprimere un giudizio sull'oggetto di questa nostra celebrazione: con il senatore Giulio Andreotti e l'ambasciatore Ludwig Steiner avremo la fortuna di ascoltare due testimoni di quegli avvenimenti. Entrambi possono ben dire di aver partecipato - certo nelle retrovie, ma effettivamente e di persona - alla nascita di quel trattato che gettò le basi della nostra autonomia. Quello che diranno sarà dunque autentica interpretazione, autentica che più autentica nessun altro potrebbe fornirci.
Sono felice che Hugo Valentin parli oggi. È la prima volta che in una solenne celebrazione dell'accordo di Parigi prende la parola un rappresentante dei ladini, parlando in ladino. Da sempre è circolata l'accusa che il popolo ladino sia stato "dimenticato" nel trattato di Parigi. Ed è vero che non vi è citato. Comunque sia, se Degasperi o Gruber hanno dimenticato il più antico popolo della nostra terra, l'importante è che noi, qui, oggi, non li vogliamo dimenticare. Hugo Valentin è presidente dell'Istituto culturale ladino "Micurà de Rü" e per molti anni ha rappresentato i Ladini in quest'aula e nella Giunta provinciale. Ciò che oggi Hugo Valentin ci dirà resterà nella nostra memoria come la voce della minoranza taciuta.
Ciò che il trattato di Parigi ha significato per questa terra e quello che questa terra è riuscita a farne, lo ascolteremo dal presidente della giunta provinciale Luis Durnwalder. Lui è il più alto rappresentante democraticamente eletto di quei "german speaking inhabitants", di quella popolazione di lingua tedesca, per la cui tutela l'accordo del 5 settembre 1946 fu stipulato. Ma nella sua funzione di Presidente della Provincia, egli rappresenta tutte le cittadine e i cittadini di questa terra, e come tale egli parlerà anche in questa occasione.
Sehr geehrte Festversammlung, gentili ospiti, care colleghe e cari colleghi del Consiglio provinciale, credo di aver indicato sufficienti motivi per non azzardare giudizi su ciò che oggi festeggiamo. Chi ha creato l'opera, e chi l'ha arricchita in posizioni di responsabilità fino ad oggi: questi dovranno e potranno giudicare. Io ascolterò volentieri e con attenzione, in rappresentanza della generazione dei Figli e dei Nipoti.
Da parte mia, libero dalla zavorra della storia, approfitto del privilegio di poter parlare invece di ciò che ci muove nel presente; di ciò che oggi di questo Alto Adige-Südtirol ci fa felici e di ciò che oggi ci desta preoccupazione. Poiché ciascuno è testimone del suo tempo, vorrei partire dalla mia personale esperienza: qui, nella mia funzione di oggi, non sono solo il primo figlio postumo del trattato di Parigi, ma sono anche un "immigrato" in questa provincia dell'Accordo di Parigi. Mi sono potuto accomodare, per così dire, in un nido già fatto. Auguro di cuore alle molte nuove cittadine e cittadini che arrivano da noi che la loro integrazione sia felice quanto la mia.
Si è parlato parecchio di "disagio" in questa terra. Se per un gruppo linguistico il disagio è stato rimosso, nell'altro gruppo, invece - e intendo il mio - pare che abbia attecchito. L'accordo di Parigi e più ancora - perché più concrete - le norme dell'Autonomia, vengono troppo spesso considerate alla stregua delle leggi della fisica: se ad un gruppo si dà qualcosa, significa per forza che si è tolto all'altro. Si teme costantemente di essere penalizzati nella distribuzione di diritti e mezzi. Quel fatale "più ci separiamo, meglio ci capiamo", pronunciato proprio in quest'aula, può aver contribuito a tenere sotto controllo i conflitti. Ma non è di sicuro un nobile principio per la convivenza.
Quando, da fresco professore, da Volterra, in Toscana, arrivai nel 1988 a Bolzano con la mia giovane famiglia, l'atmosfera in cui capitai non mi parve così entusiasmante. Scoppiavano le ultime bombe: ricordo i vetri infranti della Rai e il parcheggio devastato al liceo classico, convulsioni isolate di una stagione relegata al passato. Per il presente, la mia impressione, semplificando e riassumendo, fu la seguente: il gruppo tedesco si compiaceva dei propri successi, sconfinando a volte nel trionfalismo; quello italiano era attraversato dai brividi di una febbriciattola depressiva, i ladini erano tentati dall'idea di un proprio partito di raccolta.
Cresciuto politicamente nel movimento studentesco e negli ideali dell'internazionalismo, trovavo piuttosto sgradevole la divisione e la contabilità etnica, il dover limitare la mia cittadinanza alla percentuale di un gruppo solo. Tutto il resto però, e cioè l'incontro di diverse culture, il plurilinguismo, quella sensazione diffusa ed euforica che stesse iniziando una nuova era, quella voglia di modernizzazione - un certo Luis Durnwalder proprio in quell'anno cominciò a governare - tutto questo, invece sì, che mi piaceva! Come collaboratore del quotidiano "Alto Adige" mi buttai nella cronaca cittadina. Con entusiasmo cominciai a studiare il tedesco. Nel movimento di Alexander Langer riconobbi la mia stessa speranza di un Alto Adige-Südtirol riconciliato.
La "Magna Charta" di Parigi e la cosiddetta "questione sudtirolese" le imparai allora. Il modo in cui molti miei concittadini di lingua italiana insistevano nel considerare entrambe un problema puramente interno dell'Italia mi pareva incomprensibile. A me, al contrario, riempiva di orgoglio il sapere di vivere in una terra per la quale si sentivano responsabili addirittura due Stati. Lo trovavo un valore aggiunto e per questo provavo gratitudine.
Due Stati hanno stipulato un trattato di pace per l'Alto Adige-Südtirol. Un patto per la pacificazione di questa nostra terra. Forse non ci interroghiamo abbastanza su che cosa significhi questo: i trattati di pace vengono sottoscritti non tra amici, ma tra nemici. Ed un trattato non si esaurisce nella sua firma, ma rivela il suo valore solo nel corso del tempo. Le persone, i popoli, hanno bisogno per prima cosa di sicurezza. Solo sulla base di diritti certi e garantiti siamo poi disposti ad "osare" più libertà. E io penso che dopo 60 anni di autonomia e di accordo di Parigi, noi siamo ormai pronti ad "osare" più libertà.
Visto così, stiamo ancora oggi portando a compimento l'accordo di Parigi. La sua realizzazione s'è dilungata più del previsto e questo accomuna quel trattato a tanti altri nella storia. Anche il "Pacchetto" non si è attenuto alla tabella di marcia prevista. Ma non ne farei una tragedia. E in nessun caso questo significa un fallimento dell'Accordo. Confesso di provare soddisfazione ogni volta che in questa provincia ci si richiama al patto di Parigi per festeggiare successi o avanzare richieste. Ciò significa che, per il nostro agire, noi invochiamo trattative ed accordi, dunque scegliamo strumenti pacifici di soluzione dei conflitti. Facciamo appello alla politica, cioè ai mezzi democratici della polis, invece che alla violenza.
Imparare da questa cultura della politica, della trattativa, del dialogo: basterebbe questo a fornire contenuti e scopi più che sufficienti per questa e molte altre commemorazioni ancora. Purtroppo, ciò che Alcide Degasperi e Karl Gruber quel 5 settembre 1946 stipularono per l'Alto Adige-Südtirol non sempre è stato riconosciuto con il debito rispetto da chi pure ne ha goduto i frutti. "Solo un compromesso!" si sente dire spesso con disprezzo. Voglio cogliere l'occasione di questa commemorazione per elogiare una volta per tutte, esplicitamente, il compromesso.
La spirale della violenza e le guerre, alle quali oggi assistiamo impotenti, potevano essere evitate solamente con compromessi e solo attraverso compromessi potranno essere fermate. Con le vittorie oggi non si risolve più nessun conflitto. Nemmeno le superpotenze ci riescono e gli avvenimenti di questi giorni ne sono tragica testimonianza. Solo "in spirito di equità e generosità", così come sta scritto nell'accordo di Parigi, è ancora possibile la Pace.
Con un certo orgoglio siamo soliti proporre al resto del mondo il nostro modello di autonomia come esempio per la soluzione di conflitti. In questo forse sopravvalutiamo anche un po' noi stessi e la nostra esperienza. Tuttavia una cosa è certa: saremo credibili e presi ad esempio, solamente se potremo dimostrare che al nostro modello di autonomia e convivenza siamo arrivati per vie pacifiche. Se invece dovessimo ammettere che atti di violenza vi hanno in qualche modo contribuito, allora la nostra autonomia non avrebbe più il valore di un modello. Perché la violenza non può mai fungere da esempio.
Per questo motivo, sono certo di non commettere un abuso di potere se affermo che il trattato di Parigi va festeggiato. E va festeggiato di anno in anno di più, così come questo Consiglio ha fatto negli ultimi tre decennali.
Per riassumere ciò che penso, mi permetto di scomodare un passo del Vangelo di Matteo: "Dai loro frutti, dunque, voi li riconoscerete". Poiché "non può l'albero buono dare frutti cattivi, né l'albero cattivo dare frutti buoni". Se i frutti sono buoni - e sono buoni! - tale deve essere anche l'albero. Il confine del Brennero non è stato spostato, ma più semplicemente e pacificamente è svanito in nome e nello spirito dell'Europa. Che nessuno si azzardi adesso ad erigere un nuovo confine a Salorno!
Godiamoci i nostri buoni vicini trentini e siamo felici che loro abbiano ciò che anche noi abbiamo. Non facciamo i gelosi!
Ma soprattutto, gentili ospiti, care colleghe e colleghi del Consiglio provinciale, soprattutto portiamo rispetto al compromesso, poiché esso è la base di ogni cammino in comune.
Vor allem aber, sehr geehrte Festversammlung, haben wir Hochachtung vor dem Kompromiss. Er ist die Grundlage von allem Miteinander ! Und vertrauen wir auf das Verhandeln als einziges Mittel der Politik !
Affidiamoci alle trattative e all'accordo come unico mezzo della politica !
Secondo l'esempio di Alcide Degasperi e Karl Gruber.
Bolzano, 5 settembre 2006
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